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Arte, Cultura e spettacolo (89)

350 chilometri a piedi per la nuova impresa musicale di Carlo Mercadante

Mongolfiere, dinosauri,  transumanza, snorkeling, canottaggio, trekking, arrampicata, pic nic, yoga, cavalli, muli e lama. Stiamo parlando di un tour musicale, la nuova impresa estiva di Carlo Mercadante, il cantautore siciliano che ci ha abituati alle sue trovate come “l’album a rate” o il tour “adotta un cantautore”, e che quest’anno vara gli agri-concert: masserie, parchi, agriturismi, mulini e fattorie; ovunque, purché si faccia musica in mezzo alla natura.

E non è tutto. “Agri cool Tour” – che si avvale anche del patrocinio del Mei -  sarà un tour fortemente legato alla scoperta del territorio italiano e che si propone di portare alla ribalta tre delle eccellenze italiane: territorio, musica e cibo. Presa visione degli intenti e delle finalità informative e divulgative del progetto, anche l’ufficio “accordi" SIAE, considerando che il tour si svolge per la gran parte in ambienti nuovi all’organizzazione di concerti, ha deciso di agevolarne lo svolgimento offrendo agli organizzatori riduzioni significative sulle tariffe.

Ma la maratona musicale, sportiva e naturalistica ideata da Mercadante assume le proporzioni di una vera e propria impresa,se si pensa che al momento sono state fissate più di 30  date (anche se il calendario è in continua evoluzione) su tutto il territorio nazionale e  il protagonista dovrà percorrere a piedi circa 350 chilometri. Ogni tappa, infatti, propone un percorso di conoscenza del territorio (trekking e non solo, perché le attività proposte sono le più svariate), oltre ad un concerto in acustico in ambienti rurali che verrà preceduto o seguito dalla consumazione di prodotti tipici a chilometri zero. Prodotti genuini così come vuole essere la sua musica, proposta in luoghi non usuali per un live. Insomma, non sarà semplicemente un tour musicale, sarà un’impresa fatta per parlare di musica e tutto quello che gira intorno ad essa, anche con un documentario che verrà realizzato durante il cammino.

Se gli si chiede il perché di questa scelta, Carlo Mercadante risponde con l’ironia che lo contraddistingue: “Le autostrade musicali sono così trafficate che preferisco viaggiare a piedi sulle mulattiere che rimanere imbottigliato al casello. Così magari non arriverò mai da nessuna parte ma almeno godrò della bellezza del viaggio”.

“Agri cool tour” è realizzato anche grazie alla collaborazione di: S2 sport abbigliamento sportivo (abbigliamento sportivo), Island Original (abbigliamento t-shirt), Bottega Leonardo (cosmesi naturale), Makethebrand (studio creativo), Federfidi Sicilia soc. Cooperativa, KE Rafting (www.kerafting.it), Beddasister (Logistica e servizi)

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Gutenberg ragazzi 2016: a Catanzaro l’incontro con la scrittrice Patrizia Rinaldi

Martedì 24 maggio alle ore 9:00, presso il Salone Ameduri del Liceo Classico P. Galluppi, si è svolto l’incontro con Patrizia Rinaldi, autrice dei testi Federico il pazzo eAdesso scappa pubblicati nel 2014 da Sinnos Editore.

L’incontro è iniziato con la proiezione di un cortometraggio dal titolo “Adesso scappa. Ho deciso non me ne andrò”, realizzato dalla terza F della Pascoli con il quale è stata presentata la storia diMaddalena e Roberto, i due ragazzi “sfigati”, minacciati da un gruppo di bulle il cui capo è Zago, violenta e prevaricatrice. Alla interpretazione degli attori (Beatrice De Nardo, Simone Zofrea, Claudia Critelli, Roberta Caliò e Chiara Gregorace) sono state alternate illustrazioni in bianco e nero del fumetto per sottolineare il carattere di grafic novel del libro della Rinaldi. Il finale a lieto fine  ha visto il nascere di una timida storia d’amore tra la vittima e il ragazzo conteso Alessandro.

E’ seguita poi la proiezione di un trailer in cui i ragazzi delle classi prime della sezione F ed I, attraverso una attività didattica di classi aperte hanno “gustato” il piacere di leggere, a più voci e a lettura recitata, il romanzo per ragazzi “Federico il pazzo”.

Moderatrice dell’incontro la professoressa Maria Manuela Morelli, docente  della Scuola Media Pascoli,  che, nel presentare la scrittrice, ha sottolineato quanto sia meritato il riconoscimento del prestigioso Premio Andersen, e quanto sia stato confermato dall’entusiasmo degli alunni durante le attività scolastiche di lettura e quelle personali dei ragazzi.

La Rinaldi ha risposto alle innumerevoli domande e curiosità di una folla gremita di piccoli lettori sulle tecniche narrative e sulle tematiche comuni ai due testi: il bullismo, l’amicizia, l’amore, il mondo della scuola e il rapporto generazionale. I ragazzi hanno  presentato i propri lavori sotto forma di slide di analisi testuale, di video di denuncia del bullismo, di cartelloni interpretativi.

A fine manifestazione, un momento divertente ha visto protagonisti della lettura recitata Rachele Mancini, Ezio Mirenzi e Andrea Mercurio.

Alla manifestazione hanno partecipato, le rappresentative di numerose scuole di Catanzaro: I. C. Pascoli-Aldisio, La Scuola Secondaria di I° grado Galluppi; l’I. C. Don Milani-Sala; la S. M. Todaro; e dell’I. C. di Taverna-Pentone.

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A Bologna va in scena lo “Stabat Mater” di Rossini per celebrare “La Maestà” di Cimabue

Il Cimabue dipinse tre Madonne sul trono, per questo definite Maestà, oltre al celebre affresco della Maestà con San Francesco della basilica di Assisi: La Maestà del  Louvre,  datata 1280,  e conservata nel famoso museo  sin dal periodo napoleonico, la Maestà di Santa Trinità, ora agli Uffizi a Firenze e la Maestà dei Servi di Bologna,  conservata nella terza cappella absidale della omonima basilica bolognese, quasi ignorata.

La Cappella Musicale Santa Maria dei Servi di Bologna accoglierà il rientro del capolavoro artistico con un altrettanto notevole capolavoro musicale: Lo ” Stabat Mater” di Gioachino Rossini, a celebrare alla fine del mese mariano, il ritorno dopo il restauro della splendida Maestà sul trono con gli angeli e il Bambino.

Il concerto per Soli coro e Orchestra, eseguito da Coro e Strumentisti della Cappella Musicale diretti dalMaestro Lorenzo Bizzarri, sarà preceduto da una breve esposizione critica delle due straordinarie opere artistiche a cura di Piero Mioli, Lunedì’ 30 Maggio alle ore 20, 30 alla basilica dei Servi di strada Maggiore  Bologna.  I biglietti d’ingresso sono in vendita a 10 € sul circuito Vivaticket(http://www.vivaticket.it/index.php?nvpg[evento]&id_show=83886) o direttamente nella sagrestia della Basilica negli orari di apertura della chiesa (7-12  e 16-19) info al 3297377793

La Maestà dei Servi è stata sottoposta ad un lavoro di restauro perché la pala dell’opera era davvero molto rovinata, soprattutto nella veste della Madonna, dove c’erano  anche buchi e solchi nel legno,per tutti gli ex voto che venivano appesi nelle pratiche devozionali delle varie epoche.

Il restauro ha portato alla luce una serie di raffinatissime modalità utilizzate dagli artisti e dalle botteghe per personalizzare le opere: punzoni, per traforare la lamina dorata piuttosto che piccolissimi loghi con la forma  di creature fantastiche per movimentare le texture degli sfondi.

Di particolare rilievo è il tentativo di rendere la trasparenza del panneggio rilevata nella  veste del Bimbo dal restauro, che ora mostra la presenza del ginocchio sotto ad un panneggio leggero.

Molti non sanno che la Basilica  dei Servi era di proprietà privata e fu lasciata in eredità all’Ordine dei Servi, che la custodiva, con tutti i tesori in essa contenuti, tra cui una dolcissima madonna gravida di Vitale da Bologna.

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Il testamento di Colajanni (racconto completo)

La morte dell'avvocato Colajanni era costata 24 milioni di lire, tutti in banconote da centomila. Quando Davide Maestrelli - questo era il nome del killer - venne fermato dai carabinieri ad un posto di blocco nei pressi di Gioia Tauro, la borsa era ancora sul sedile anteriore. Maestrelli non oppose resistenza, ma confessò l'omicidio solo dopo un lungo e tormentato interrogatorio. In un primo momento, l'assassino riferì di non conoscere l'avvocato. Disse di avergli soltanto rubato l'auto, all'interno della quale aveva poi trovato, per puro caso, la borsa con il denaro. Una versione debole, poco verosimile. Nonostante tutto però Maestrelli riuscì ad evitare l'ergastolo. Abbandonò definitivamente il carcere di Opera nel novembre del 1999. Oggi credo lavori in una comunità di tossicodipendenti in provincia di Pisa. Agli inquirenti raccontò che fu contattato dall'avvocato tramite un suo cliente, tale Antonio Santomauro - il cui nome, per la verità, non mi dice nulla - e che Colajanni dovette faticare parecchio per convincerlo ad eseguire quell'incarico così speciale. Raccontò pure che la somma richiesta all'avvocato era di gran lunga inferiore a quella contenuta nella borsa: circa la metà. Colajanni dovette insistere affinché accettasse il doppio, perché la sua vita - avrebbe detto nel corso della trattativa - valeva molto di più dei quindici milioni di cui Maestrelli si sarebbe accontentato. In realtà Mimmo avrebbe preferito spararsi da solo. Ci provò una sera che eravamo andati tutti via dallo studio. Dopo aver fumato tre o quattro sigarette, si scolò un’intera bottiglia di Vodka. Tirò fuori dalla borsa la rivoltella che gli aveva procurato un suo vecchio conoscente, Gennaro Caravano - detto “pachialone” - se la puntò alla tempia, chiuse gli occhi, e premette il grilletto. Pensò di essere già morto quando si accorse che la sicura si era bloccata misteriosamente, impedendo così all'unico proiettile inserito nel caricatore di uscire dalla canna. Da allora non volle più riprovarci.
La sua uscita di scena l'avvocato volle curarla nei minimi dettagli. Intendo dire che non si limitò soltanto a scegliersi l'assassino e a pattuire con lui il prezzo del delitto, ma si premurò anche di programmare il futuro del suo studio legale attraverso una lunga lettera testamento che redasse in duplice copia. Una ce la fece trovare nel primo cassetto della scrivania, l'altra la consegnò al notaio Carmando di Torre Annunziata. Quella lettera, scritta di suo pugno e su carta intestata, era un vero capolavoro letterario, a metà strada tra una memoria difensiva e una sceneggiatura teatrale. Nessun altro documento, neppure fotografico, ha raccontato la personalità e la natura più intima di Mimmo Colajanni meglio di quelle poche righe. Per prima cosa, l'avvocato volle spiegare le ragioni del suo gesto, che a suo dire fu dettato dall'insostenibilità di una vita “troncata nella sua parte essenziale”, quella per cui diceva di essersi sempre battuto: ottenere la stima di chi lo aveva conosciuto e frequentato. La seconda parte del testo l'avvocato la dedicò invece ad ognuno dei suoi colleghi di studio. Tutti, compreso Brunella, l'ultima arrivata. Una sorta di pagellino nel quale si divertì a tracciare il profilo umano e professionale di ciascuno, evidenziando pregi e difetti come farebbe un maestro elementare con i suoi alunni. In cima a quell'elenco l'avvocato scrisse il nome della segretaria: Irene Monterisi. Mimmo la definì “una collaboratrice straordinaria, perno insostituibile dello studio e sua memoria storica. Confidente insuperabile e lavoratrice instancabile”. L'aveva conosciuta a Sorrento, nello studio del collega Pippo Marano. Mimmo rimase colpito dalla velocità con la quale quella ragazza magrolina e dalle mani affusolate riusciva a scrivere sotto dettatura, sia a macchina che a mano. E dai modi gentili che adoperava per ricevere ed intrattenere i clienti. Irene parlava correntemente l'inglese ed il francese, e se la cavava pure con il tedesco, essendo di madre berlinese. Dopo aver terminato le magistrali si iscrisse all'università. Ma alla fine del primo anno fu costretta ad abbandonare gli studi per mantenere i suoi fratelli, rimasti come lei orfani di entrambi i genitori. Per convincerla a lavorare nel suo studio, Mimmo le promise il triplo dello stipendio che le pagava l'avvocato Marano. In più, si offrì di pagare personalmente le spese mediche per le cure del fratello più piccolo, affetto da una malattia rara e poco conosciuta. Attenzioni che Irene meritò pienamente per le eccellenti doti organizzative che fecero di lei il vero dominus dello studio. Più che una segretaria, Irene era un avvocato aggiunto; aveva maturato un tale esperienza sul campo che, se solo avesse voluto, sarebbe stata in grado di gestire una causa da sola, dall'inizio alla fine, e di andare in aula a patrocinare. Nessuno se ne sarebbe accorto che non aveva studiato la legge.
Ben diverso fu il capitolo dedicato a Federico. Mimmo ne parlò come di “un ragazzo generoso e sensibile, prestato all'avvocatura (proprio così), ma sempre disponibile con chiunque avesse bisogno”. Federico era tra virgolette capitato nel suo studio per una promessa che l'avvocato aveva fatto a suo padre, Attilio, caro amico di infanzia e mancato collega. Più che l'adempimento di una promessa, l'assunzione di Federico Mimmo la definì un dovere morale. Dovere che però gli costò parecchio in termini di salute e di denaro. Lo stress nervoso che Mimmo accumulò per le sua bizzarra interpretazione della professione lo portò più di una volta a sfiorare l'infarto. Per colpa di Federico l'avvocato perse almeno tre cause facili facili, e fu costretto a risarcire di tasca sua numerosi clienti malcapitati. Effettivamente Gustavo, Maria, Federico De Cleva, fin dagli esordi, manifestò una scarsa inclinazione per la professione forense. E la sua sbadataggine in alcuni momenti rasentava la disabilità. Il lato forte del suo carattere era sicuramente la simpatia ed un innato senso dell'umorismo. Istintivo direi. Federico era capace di farti ridere nei momenti più impensabili anche con un semplice gesto, con la sola mimica facciale. Quando grazie ai suoi buoni uffici perdemmo la causa con una nota multinazionale americana, lui disse che lo aveva fatto apposta per non incrinare il patto atlantico. Solo una volta l'avvocato fu sul punto di mandarlo via sul serio, il giorno in cui smarrì un pacco di cambiali che lui raccontò di aver utilizzato come fiches per giocare a poker con gli amici.
Federico è stato per me come un fratello. Io e lui, insieme, abbiamo girato mezzo mondo divertendoci come matti. Non ci crederete ma una volta in Africa, nell'estate del '70, Federico mi salvò la vita. Davvero. Capitò durante un safari. Avevamo perso le coordinate del gruppo; cominciammo allora a seguire un sentiero che ci era stato indicato da un abitante del posto. Ad un tratto, mentre mie ero accovacciato per prendere una mappa dallo zaino, sentii alle mie spalle Federico fare un balzo. Mi voltai pensando che fosse inciampato o che volesse farmi uno dei suoi scherzi. Invece no: si era avventato su un pitone che stava per afferrarmi la caviglia. Estrassi immediatamente il coltello che mi ero portato dietro e glielo conficcai sulla testa. Al pitone. Dopo quella disavventura, la sera, al villaggio, gli organizzatori del safari ci festeggiarono come degli eroi e ci regalarono una nuova vacanza. Di quel pitone e della sua uccisione alla maniera di Indiana Jones ne parlarono tutti i giornali, anche qui in Italia. Federico fu addirittura ospitato in uno show televisivo e intervistato da un noto documentarista. Conservo ancora nel mio salotto la pelle viscida di quella bestia. Cinque anni dopo volli ricompensare Federico per il suo gesto eroico. Decisi di aiutarlo a ricomprare l'appartamento di via Foria che aveva perso in una sciagurata partita a poker, al casinò di Venezia. Una serata terribile. Con una misera doppia coppia di 10 il mio amico ebbe la brillante idea di aggiungere al piatto altri due milioni e mezzo di lire. Quando gli avversari scoprirono le carte, Fede rischiò il coma.
Brunella era stata una studentessa modello. Si era laureata a pieni voti, in tre anni e una sessione, con una tesi sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio ( il divorzio). Mimmo nel suo pagellino la definì “degna di cotanto padre – Guido Masturso era stato presidente della Corte d'Appello di Firenze e autore di diverse pubblicazioni - e dotata di grande versatilità”. Indossava solo vestiti scuri, giacca e pantalone. Dava del lei a tutti e non amava intrattenersi a lungo con i colleghi. Anche perché il fidanzato, Gianluca, era gelosissimo. L'accompagnava tutte le mattine in studio e tornava a prenderla la sera, dopo le otto. Una volta Gianluca vide Brunella prendere un caffè con Federico, giù al bar di Tonino. Scherzavano. Federico, come al solito, faceva le imitazioni dei colleghi di studio. Gianluca attese che i due uscissero dal bar, e dopo aver allontanato la fidanzata con il braccio, sferrò un montante al viso di Fede stendendolo al suolo come una pera cotta. Da allora Federico evitò qualunque forma di contatto con Brunella. Anche in Tribunale. Anzi, ogni volta che lei gli si avvicinava, scappava con una scusa qualunque.
Per Giulia, “la figlia perduta”, Mimmo scrisse solo un mestissimo “omissis”.
Al sottoscritto, “il figlio maschio che non aveva mai avuto”, l'avvocato dedicò un profluvio di parole struggenti. Tra me e Mimmo c'era sicuramente un affetto speciale. Mimmo segui con molta dedizione il mio praticantato. E non solo quello. Era attento ad ogni dettaglio, anche nell'abbigliamento. Mi dava continuamente delle dritte sulla scelta delle giacche e delle cravatte. Mi voleva uguale a lui, e un po' ci riuscì. Amava scherzare e divertirsi, ma sul lavoro era intransigente. Molto. I primi mesi allo studio urlava in continuazione. Non ammetteva nessun errore. Tutto quello ho imparato lo devo a lui. Anzi, se devo dirla tutta, Mimmo mi ha insegnato anche quello che non ho mai saputo o capito della mia professione. La prima volta che andai in udienza da solo gli riferii che non seppi replicare a un'osservazione del giudice. Lui non trattenne la rabbia – Come sarebbe non hai detto niente? Un avvocato sa sempre cosa dire. Dovevi inventarti una cazzata qualunque. - Ecco, questo era Domenico Colajanni.
Un'ultima annotazione Mimmo volle riservarla agli altri colleghi del Foro di Napoli, a cominciare dal presidente dell'Ordine, Piero Corradi. - Caro Piero - questo l'incipit - è da molto tempo che volevo dirtelo: come avvocato non vali un cazzo, ma come uomo sei anche peggio. - Particolarmente significativo l'ultimo rigo - Vi diffido dal prendere in considerazione qualunque forma di commemorazione pubblica in mio onore all'interno del Palazzo di Giustizia. –
Così parlò il defunto Colajanni.
(Angelo Cennamo)

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Il Teatro di Sabbath è tra i quattro migliori libri di Philip Roth, con Pastorale Americana, Il Lamento di Portnoy e La Macchia Umana.

Philip Roth è il più grande scrittore vivente. Lo è per quello che scrive e per come lo scrive. Per la tecnica con la quale imbastisce le trame dei suoi romanzi. Per l’arguzia, il sarcasmo che adopera quando affronta i temi più scabrosi o dissacra i valori profondi della società americana. Per il cinismo che lo trattiene fuori dal racconto anche quando simula e dissimula se stesso nei ruoli che cuce per i protagonisti delle sue storie. Con il Teatro di Sabbath – romanzo del 1995 – Roth si consacra anche tra i più grandi scrittori di sesso.

Il sessantaquattrenne Mickey Sabbath è un ex burattinaio tormentato dai fantasmi del proprio passato: il fratello giovane morto in guerra, sua madre, la prima moglie fuggita chissà dove,  e l’amata Drenka, l’adultera con la quale ha sfogato per tredici anni tutta la sua depravazione sessuale “Con Drenka era come lanciare un sasso in uno stagno. Entravi, e le ondine si dispiegavano sinuose dal centro verso l’esterno finché l’intero stagno si ondulava e tremolava di luce”. Mickey Sabbath è un personaggio grottesco che sembra uscito dalla commedia dell’arte “un bugiardo totale, una canaglia, subdolo e disgustoso che si fa mantenere dalla moglie e va a letto con le bambine”. Un uomo senza scrupoli che conduce un’esistenza insensatamente fuori da ogni convenzione, senza scopo e senza armonia. Ma Mickey ne è consapevole e prova a farsene una ragione: “ho fallito perché non mi sono spinto abbastanza oltre! Ho fallito perché non sono andato fino in fondo.” In uno dei passaggi più straordinari del romanzo, l’amico Norman, che nella vita ha avuto più fortuna e successo di lui, scopre che Sabbath ha tentato di sedurre sua moglie e che nelle tasche dei pantaloni ha nascosto una mutandina di sua figlia. Lui, colto in flagrante, gli risponde così: “So che ti stupirò, Norman, ma oltre a tutte le altre cose che non ho, non ho neppure una teoria. Tu trabocchi di amabile comprensione progressista ma io scorro veloce lungo i marciapiedi della vita, sono un mucchio di macerie, e non possiedo nulla che possa interferire con una interpretazione obiettiva della merda.” E un vecchio disperato, Mickey. E solo l’autore del romanzo sembra provare per i suoi fallimenti una certa compassione:  “Caro lettore, non giudicare troppo duramente Sabbath: molte transazioni farsesche, illogiche e incomprensibili, sono classificabili grazie alle manie della lussuria.” Dopo una sequela di tragicomici disastri, nelle ultime pagine del libro, le più esilaranti, il protagonista, sull’orlo della follia, cerca in tutti modi di farla finita. Nel cimitero dove riposano i suoi familiari prova goffamente ad organizzare la propria sepoltura immaginando il giusto epitaffio: “Morris “Mickey” Sabbath, Amato Puttaniere, Seduttore, Sfruttatore di donne, Distruttore della morale, Corruttore della gioventù, Uxoricida, Suicida 1929 – 1994.” Ma è un altro fallimento, l’ennesimo. Il Teatro di Sabbath è tra i quattro migliori libri di Roth, con Pastorale Americana, Il Lamento di Portnoy e La Macchia Umana. Un romanzo superbo, impressionante per la qualità della scrittura e l’intensità della trama. Un concentrato di sentimenti forti e laceranti: l’amaro disincanto, la lussuria, la solitudine, e la comicità si fondono in una sublime mistura letteraria, in un capolavoro di rara e profonda introspezione che lascia senza fiato. Non si può morire senza aver letto Philip Roth. 

(Angelo Cennamo)       

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Il Cardellino - ovvero le avventure di Theo Decker di Donna Tartt,

Come riscrivere Oliver Twist e ambientarlo nell'America del 2000, tra musei, allibratori senza scrupoli e botteghe di antiquari.  Donna Tartt, autrice dalla penna lenta (un romanzo ogni 10 anni) e raffinata, Charles Dickens deve averlo amato abbastanza. Nel 2014 vince il premio Pulitzer con un romanzo di 900 pagine, dalla trama avvincente e molto originale che ruota intorno a un prezioso dipinto realizzato nel 1600 da un allievo di Rembrandt. Il Cardellino - ovvero le avventure di Theo Decker -  e' il più classico dei romanzi di formazione. Durante la visita a una galleria d'arte, un bambino perde sua madre per lo scoppio di una bomba. In un attimo quel luogo austero e consacrato alla bellezza si trasforma in un cimitero di corpi e di opere d'arte in parte trafugate.  E' il crocevia, l'anno zero, della futura esistenza di Theo, che da un visitatore moribondo riceve in dono un anello misterioso e il quadro che la madre gli stava mostrando poco prima dello scoppio. Theo si ritrova  da solo, senza genitori e senza casa. Viene ospitato da una ricca famiglia newyorchese fino a quando non ricompare il padre, precedentemente scappato non si sa dove, che lo porta con sé a Las Vegas dove vive con la nuova compagna. In California comincia il secondo tempo della vita di Theo. Conosce Boris, il ragazzino vagabondo di origini russe che diventerà il suo amico per la pelle e che ritroverà da adulto in una situazione decisiva del racconto. Boris è il Lucignolo di Pinocchio, uno sbandato che inizia Theo all'alcol e alla droga, costringendolo, più avanti nella storia, a commettere un crimine efferato. E il Cardellino? Theo e il quadro sono inseparabili. Quel dipinto lo fa sentire meno mortale, meno ordinario. E' il suo sostegno, una forma di rivalsa, di nutrimento e di resa dei conti. E' il pilastro che tiene in piedi la cattedrale. Theo lo nasconde dappertutto, anche nella bottega di antiquario di Hobie, il suo approdo finale, la sua vera casa, il luogo dove imparerà il mestiere di restauratore, preferendolo agli studi universitari, e dove conoscerà Pippa, la ragazzina scampata come lui a quel tragico attentato e che ha amato fin dal primo giorno. La vita di Theo è come un lungo film d’azione, ricco di suspance, intensità e di momenti tragici. Un’altalena di emozioni sulla quale il lettore rimane col fiato sospeso fino all’ultima frase. Il Cardellino è un grande romanzo d'amore. L'amore incompiuto di Theo per Pippa, l’amore per l'arte e la sua bellezza, e per quel meraviglioso, tormentato e imprevedibile peregrinare che è la nostra vita. Commoventi le ultime pagine, le più intimiste e autobiografiche del racconto. Il guizzo finale che fa di Donna Tartt una vera fuoriclasse della narrativa moderna.

(Angelo Cennamo) 

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Città in fiamme di Garth Risk Hallberg una finestra aperta sulla New York degli anni ’70.

Garth-Risk-Hallberg. Tenete a mente questo nome. Garth è un giovanotto americano di 36 anni, originario della Louisiana. Alto, fisico asciutto e volto da 110 e lode ad Harvard. Un bel giorno la casa editrice Konpf gli offre un anticipo di due milioni di dollari per scrivere il suo primo romanzo. Dopo sette anni di lavoro Garth consegna il manoscritto di City on fire, un librone di mille pagine che negli Stati Uniti diventa un vero e proprio caso letterario. Sentite cosa scrive di lui la temuta Michico Kakutani dalle colonne del NewYork Times: “Hallberg ha solo 36 anni, eppure è riuscito a scrivere un romanzo dall’ambizione travolgente che lascia con il cuore in gola”. Niente male da chi qualche anno prima aveva definito il Franzen de Le Correzioni  odioso, petulante e orribilmente egocentrico. Ma di cosa parla questo romanzo così discusso, osannato dalla critica di mezzo mondo e strapagato a scatola chiusa da un editore evidentemente con molto fiuto per gli affari e per i giovani talenti. Città in fiamme – nella versione italiana – è una finestra aperta sulla New York degli anni ’70. Una notte di capodanno a Central Park sparano a una ragazza non ancora maggiorenne di origini italiane. E’ l’evento intorno al quale ruotano più storie sullo sfondo di una metropoli sopraffatta dal degrado urbano, dalla corruzione e dalla droga. La relazione omosessuale tra l’aspirante scrittore Mercer e il musicista punk William, lo scapestrato rampollo di una ricca famiglia newyorkese; il matrimonio in crisi di Keith e Regan, la sorella di William costretta a difendere le sorti della Hamilton-Sweeney Company dalle mire espansionistiche di Amory Gould “Fratello Diabolico”; e il cupio dissolvi dei Post-Umanisti, la band punk-anarchica di Nicky Chaos pagata per seminare terrore e distruzione. Questo e molto altro al centro di un racconto corale, ben strutturato, scritto da un esordiente con la classe e lo stile di un veterano, intervallato da appunti dattiloscritti, immagini e scarabocchi vari, nel solco della tradizione postmodernista. Città in fiamme è quello che si dice il grande romanzo americano, come Pastorale Americana di Philip Roth, Underworld di Don Delillo, Infinite Jest di David Foster Wallace, Le Correzionidi Jonathan Franzen. E’ un romanzo moderno ma non postmoderno, sulla falsariga del genere dickensiano, termine abusato con il quale si è soliti più che altro escludere determinati libri da certe dinamiche narrative piuttosto che identificarli o catalogarli alla maniera di Charles Dickens. Chiedersi se Hallberg somigli più a Chabon, a Franzen, a Wallace o a nessuno dei tre, è un un’operazione nella quale è inutile addentrarsi. Hallberg somiglia solo ad Hallberg, e sarà questa la sua fortuna -

Angelo Cennamo

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Al Via Librindanza 2016 tra Libri ed Eventi Performativi: Crisafulli il Protagonista della Prima Giornata

L’Accademia Nazionale di Danza dà il via mercoledì 13 aprile alla quinta edizione di Librindanza, una serie di incontri dedicati alla presentazione di libri che abbracciano diversi aspetti dell’arte coreutica. Gli incontri si svolgeranno nella sede dell'Accademia in Largo Arrigo VII, 5 a Roma. Nell’edizione 2016 di Librindanza la presentazione di libri sarà correlata a eventi performativi realizzati appositamente per l’occasione. L’intento della manifestazione è quello di creare occasioni di dialogo e di scambio di idee, di conoscenze e di ricerche, evidenziando il ruolo propulsivo della formazione coreutica nella sua dimensione culturale e di apertura alla società. Il primo appuntamento è dedicato a Fabrizio Crisafulli, artista e teorico che recentemente ha ricevuto dall’Università di Roskilde in Danimarca la laurea honoris causa per la sua ricerca teatrale. Crisafulli presenterà l’installazione Outstanding, realizzata con gli studenti del II Biennio contemporaneo e compositivo dell’Accademia Nazionale di Danza, ed il prezioso volume Il teatro dei luoghi.

Lo spettacolo generato dalla realtà, appena uscito per i tipi della casa editrice dublinese Artdigiland.   Nel volume "Il teatro dei luoghi. Lo spettacolo generato dalla realtà" (Artdigiland) Fabrizio Crisafulli analizza i caratteri e le modalità operative di quel particolare tipo di ricerca che ha chiamato “teatro dei luoghi”, a oltre vent’anni dalla sua prima formulazione. Un lavoro nel quale il “luogo” e l’insieme delle relazioni che lo costituiscono vengono assunti come matrici della creazione teatrale e di danza, in tutti i suoi aspetti: la drammaturgia, il corpo, la parola, il movimento, lo spazio, la luce, il suono, la tecnica. La necessità di questa ricerca, il suo riportare l’attenzione sui luoghi, le realtà locali, la prossimità, si è riaffermata nel corso degli anni per l’accrescersi delle questioni legate allo sviluppo mediatico, alla perdita di contatto della vita quotidiana con i luoghi, e per le criticità che le forme di comunicazione a distanza e i social network creano, accanto a nuove opportunità, sul piano delle relazioni umane e dei modi di sentire lo spazio. Anche l’uso delle nuove tecnologie, nel lavoro di Crisafulli, deriva da un lavoro di ascolto profondo dei siti. Il volume fa definitivamente luce sul fatto che il “teatro dei luoghi” – nell’uso comune a volte inteso (e frainteso) semplicemente come teatro che si svolge fuori dagli edifici teatrali – non è definito dallo spazio dove si fa lo spettacolo, ma dall’idea stessa di “luogo” e dal modo specifico in cui il lavoro si relaziona al sito. In qualsiasi posto si svolga.  

Chi è Fabrizio Crisafulli Fabrizio Crisafulli, architetto di formazione, è regista teatrale ed artista visivo. Con la sua compagnia, e come autore di installazioni, svolge la propria attività in Italia e in ambito internazionale. Il suo lavoro è incentrato sulla ricerca delle necessità e motivazioni comuni del teatro, della danza e delle arti visive, in direzione di un’unità poetica. Aspetti peculiari del suo lavoro sono l’uso della luce come soggetto autonomo di costruzione drammaturgica e il teatro dei luoghi, ricerca, quest’ultima, che affianca alla produzione per il palcoscenico. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma. Svolge, in Italia e all’estero, attività pedagogica e laboratoriale presso università, accademie, festival e istituzioni teatrali. Tra le sue pubblicazioni, il volume Luce attiva. Questioni della luce nel teatro contemporaneo, Titivillus, 2007, tradotto in inglese e francese (Artdigiland, 2013 e 2015). Per informazioni ed approfondimenti visitare il sito web www.fabriziocrisafulli.org   Chi è Artdigiland Artdigiland è un’attività editoriale internazionale e multilingua che offre – attraverso l’editoria digitale e il broadcasting – interviste esclusive ad artisti internazionali. E saggi, monografie, biografie, raccolte di materiali. È anche una community web di autori, curatori, videomaker. È possibile iscriversi alla nostra newsletter per essere informati sulle nuove uscite, sugli eventi e sulle offerte riservate ai lettori alla pagina www.artdigiland.com/newsl. Sito web: www.artdigiland.com, Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  Programma Mercoledì 13 aprile 2016 ore 17.00 OUTSTANDING Installazione di luce di Fabrizio Crisafulli Realizzata con gli studenti del II Biennio contemporaneo e compositivo dell’Accademia Nazionale di Danza ore 18.00 Presentazione del libro di Fabrizio Crisafulli IL TEATRO DEI LUOGHI. LO SPETTACOLO GENERATO DALLA REALTA’ (Artdigiland, Dublino, 2015) Con l’autore intervengono: Maria Pia D’Orazi, storico e critico del teatro e della danza, Patrizia Mania, storico dell’arte, Università di Viterbo Coordina: Natalia Gozzano, storico dell’arte, Accademia Nazionale di Danza   ###   Per interviste e contatti:   Ufficio Stampa Artdigiland: Silvia TarquiniQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.   Ufficio Stampa Accademia Nazionale di Danza: Raffaella TramontanoQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. mob. +39 3928860966 www.accademianazionaledanza.it  

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Addio alle armi romanzo sulla diserzione e struggente storia d'amore.

Pare che un giorno Cesare Pavese abbia fatto leggere un libro ad una sua ex allieva di liceo perché comprendesse la differenza tra la letteratura americana e quella inglese. Il libro era Addio alle armi di Ernest Hemingway, l’allieva Fernanda Pivano. Di lì a poco la Pivano sarebbe diventata la traduttrice in italiano dei romanzi di Hemingway oltre che uno dei maggiori esperti di narrativa nord-americana.

A molti di voi sarà capitato di seguire il percorso di Fernanda Pivano, cioè di interessarvi, di approcciare la letteratura americana e di  innamorarvene, passando attraverso le opere del grande maestro di Oak Park - Illinois. Almeno per me è stato così. Il vecchio e il mare e I 49 racconti per cominciare, Fiesta, Per chi suona la campana a seguire. Il libro di cui però voglio parlarvi è lo stesso che Pavese regalò quel giorno alla sua giovane allieva. Pubblicato negli Stati Uniti nel marzo del 1929, in Italia Addio alle armi venne oscurato dal regime fascista perché metteva in cattiva luce l’esercito italiano minando uno dei valori più propagandati dalla dittatura mussoliniana: l’ardimento e la fedeltà alla patria. La storia raccontata da Hemingway infatti  culmina con la disfatta di Caporetto, che nella versione romanzata è molto diversa da quella tra virgolette edulcorata e opacizzata dei manuali scolastici. E’ sicuramente una delle pagine più drammatiche della storia italiana del primo novecento e nella trama del romanzo l’orrore, la paura e – perché no - la codardia di chi fuggiva dal fronte ci vengono descritti dalla penna di Hemingway con grande intensità e con squallido realismo. Ma  Addio alle armi non è soltanto un romanzo sulla diserzione: è soprattutto una struggente storia d’amore tra un tenente americano ferito dallo scoppio di una granata e un’infermiera inglese. L’amore e la guerra, nello sviluppo della trama, si intrecciano in modo inestricabile dando vita ad un vortice di sentimenti e di passioni che ha pochi precedenti nella letteratura mondiale. Il racconto è avvincente, ma dentro la fiction scorre lo straordinario reportage di un giornalista che vive sulla propria pelle un pezzo importante della storia d’Italia. L’opera è sincera e non indulge alla retorica dell’eroismo o alla banale idealizzazione patriottica. Distinguere l’Hemingway romanziere dal cronista o dal soldato al fronte non si può: verità e finzione si mescolano in un crogiolo di visioni e di suggestioni uniche. Ne viene fuori una narrazione vivida, di rara bellezza, sciorinata con stile sobrio, apparentemente disadorno: Hemingway descrive luoghi e personaggi senza usare una sola parola superflua, ma non omette nulla di quanto serva al lettore per sentirsi al centro della scena, avviluppato dall’atmosfera feroce e violenta delle battaglie e da quella erotico-sentimentale degli incontri furtivi tra il giovane Henry e miss Barkley. Un continuo perdersi per poi ritrovarsi in una grande avventura attraverso montagne, città, ospedali, laghi e strade sconosciute. Una corsa infinita e disperata verso la libertà.

Angelo Cennamo 

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La prima lezione – Racconto breve di Angelo Cennamo

 

Quando cominciai a lavorare con il prof. Crocitti alla stesura del suo manuale di diritto privato, l'ambizione di ritrovarmi un giorno al suo posto, lo confesso, la coltivavo. Crocitti mi concesse di figurare come coautore del manuale e così il mio nome comparve su uno dei testi più diffusi in quegli anni nelle facoltà di giurisprudenza. La carriera di docente mi affascinava molto. Avevo già partecipato a dei seminari nella precedente sessione, ma non mi era ancora capitato di tenere delle vere e proprie lezioni agli studenti. Accadde la prima volta il 20 novembre del 1976. Cominciava il nuovo anno accademico e mi fu affidata la seconda cattedra di diritto privato appartenuta fino a pochi mesi prima al prof. Randazzo, esimio giurista nonché eccellente jazzista. Quando gli fu comunicato dal rettorato che aveva raggiunto la soglia della pensione, Randazzo esclamò - Poco male, potrò finalmente dedicarmi alla musica a tempo pieno - Randazzo si era già organizzato con un quartetto di vecchi amici per suonare nei club più esclusivi della penisola. Il tour, molto reclamizzato anche dalle riviste specializzate, non ebbe tuttavia una buona sorte: il professore, infatti, a causa di una paralisi dovette rinunciare allo stravagante progetto artistico già dopo la seconda data, e ritirarsi nella sua villa di Genzano, alle porte di Roma.

La mattina del 20 novembre a Napoli diluviava. Per non fare tardi e dilungarmi in complicate manovre di parcheggio, decisi di chiamare un taxi. La città era paralizzata da un ingorgo gigantesco. Spiegai al tassista che avevo molta fretta e lui, serafico, mi suggerì di farmela a piedi. Non aveva tutti i torti. Seguii in parte il suo consiglio e scesi quattro isolati prima dell'università. Corsi come un matto sotto la pioggia torrenziale. In una mano tenevo l'ombrello nell'altra la borsa. Gli occhiali completamente bagnati mi rendevano il tragitto ancora più complicato. Divorai la scalinata dell'ingresso due gradini alla volta e mi precipitai in segreteria, dove trovai subito il ristoro di una sedia e di un tè caldo. I pantaloni erano bagnati fino alle ginocchia e le scarpe si erano trasformate in due scialuppe di salvataggio. Incrociai i colleghi Floris e Deidda del mio stesso dipartimento - In bocca al lupo, Eduardo – mi disse Deidda, stringendomi la mano ancora umida - Hai visto? Per te è venuto anche il prof. Vermigli – Vermigli era il preside della facoltà. Aveva la fama di essere un duro, e dopo il brutto episodio della contestazione nell'aula magna, dove un gruppo di studenti la settimana prima aveva sequestrato per più di due ore il rettore, si aggirava tra le aule come un segugio, scortato da un poliziotto in borghese - Speriamo bene – dissi, asciugandomi gli occhiali con il fazzoletto. Erano tempi difficili; nelle università si respirava un brutto clima e più di un collega mi riferiva di aver ricevuto delle minacce. Mancavano pochi minuti alle nove, attraversai il lungo corridoio sfilandomi l'impermeabile fradicio e mi indirizzai verso l'aula designata, la numero otto. Oltrepassai la soglia, sistemai la borsa e il soprabito su una sedia di metallo di fianco alla cattedra, salutai con un “buongiorno” i mie ragazzi e cominciai la lezione. Breve introduzione sul corso di laurea e prime nozioni sul codice civile. Tutto filò liscio e non mancò una piacevole sorpresa. Tra le numerose matricole che affollavano la stanza ce n’era una seduta all'ultimo banco. Non sembrava giovanissima, ma era agghindatissima, con un doppiopetto grigio scuro ed una cravatta blu a pois: Mimmo Colajanni era venuto a vedermi. Quando uscirono tutti, mi avvicinai a lui. Aveva gli occhi lucidi per la commozione. Con un filo di voce mi disse – Eduà, sei stato bravo come sempre – Gli sorrisi pizzicandogli la guancia. Salutammo Vermigli e il suo vice, e sotto la pioggia battente ce ne tornammo insieme allo studio. Prima di salire però ci fermammo al bar di Tonino per un caffè. Erano le 10,30 e Colajanni non ne aveva bevuto ancora uno, un vero record - Guagliò, l'ho sempre detto che tu c'hai stoffa. Però adesso non penserai mica di lasciare il tuo vecchio socio? - Mimmo sapeva essere padre e guappo alla stessa maniera. Ma era ossessionato dall'idea che qualcuno potesse prima o poi abbandonarlo: i clienti, gli amici, la figlia - Io a te? Ma neanche per sogno. – gli risposi, dopo aver mandato giù il caffè in un solo sorso. La risata dell'avvocato echeggiò per tutto il bar. Poi, dopo avermi dato il solito colpo di karate sulla spalla, mi afferrò per la vita e disse – Jà saliamo, che è tardi- (Angelo Cennamo)

 

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