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Arte, Cultura e spettacolo (85)

Dave Eggers, giovane talento della narrativa americana.

Dave Eggers, giovane talento della narrativa americana. Dave Eggers, classe 1970, è uno dei giovani talenti della narrativa americana. Nel 2001 esce il suo primo romanzo L’opera struggente di un formidabile genio : praticamente la storia della sua vita.

A poco più di vent’anni Dave rimane orfano di entrambi i genitori, morti di cancro nel giro di qualche mese. Una tragedia devastante e inaspettata che lo costringe a fare da padre e da madre al fratellino di appena otto anni e a rimettere in discussione progetti e stili di vita. Senza però farsi prendere dal panico, Dave vende la casa di famiglia e da Chicago si trasferisce in California con il piccolo Toph. Prima Berkeley poi San Francisco, il nuovo corso dei fratelli Eggers è una sfida  difficile ed emozionante, prodiga di esperienze e di una sconfinata libertà. I soldi ricavati con la casa basteranno per i primi  tempi ma non per sempre. Dave trova un lavoro e con altri amici mette su una rivista satirica di nome “Might” – nella realtà “McSweeney’s“ la rivista letteraria più invidiata al mondo. Le sue giornate sono frenetiche e piene di incombenze: l’ufficio, la rivista, la scuola di Toph, le faccende domestiche, di tanto in tanto il sesso. Vero o immaginato fa lo stesso. Il rapporto tra i due fratelli è di grande complicità: Dave e Toph giocano a frisbee sulla spiaggia, recitano il ruolo di padre e figlio, si prendono cura l’uno dell’altro. Sono queste le pagine più emozionanti e tenere del romanzo.

La parte centrale del racconto si perde in una serie di divagazioni prolisse, direi superflue. Ma negli ultimi capitoli la trama riprende ritmo e toni iniziali e l’opera del formidabile genio ritorna struggente. Dave parte per Chicago, fa visita ai nuovi abitanti della vecchia casa di famiglia e finalmente recupera le ceneri di sua madre “Il sacchetto aperto lascia intravedere meglio la forma e i colori delle pietruzze all’interno. Che cosa sarà il bianco? Le ossa?”. Si rimette in macchina e corre verso il lago. Si ferma, guarda la scatola, decide di liberarsene. Apre l’involucro sistemato all’interno e lancia goffamente il contenuto facendo cadere una parte delle ceneri sulle scarpe.  “Non riesco a decidere se quello che sto facendo è bello e nobile e giusto oppure meschino e disgustoso. Lei avrà una vita dopo la morte, ma io non l’avrò perché non credo”. Un gran libro – finalista al Pulitzer -  una prosa moderna e raffinata, l’intuizione di un formidabile genio, coraggioso e anche un po’ spavaldo.

(Angelo Cennamo)            

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Benzine di Gino Pitaro

Trama e note:

Benzine di Gino PitaroLuigi ha trentacinque anni e vive nell'hinterland romano. La sua vita è scandita da lavori saltuari e precari, dall'impegno nel dottorato di ricerca, dalle amicizie.
Spiccano tra le sue frequentazioni, Natalia, un'immigrata russa, poi Verena e Giusy - che coltivano con lui la passione per l'impegno politico, per il cinema e per la cultura in genere -, ma soprattutto Antonio che, impiegatosi presto dopo gli studi, è un po' un punto di riferimento per il gruppo.
Luigi vive un rapporto conflittuale con Guido, compagno d'università, il quale si trova a suo agio nei meandri della lotta studentesca, mentre il multirazziale e un po' bizzarro quartiere di residenza, nonché il condominio dove abita, riempiono le sue giornate di episodi eccentrici e liminali.
La comitiva si divide fra battaglie sociali e il piacere di stare insieme, condividendo piccole-grandi avventure, spesso vissute con ironia - come sottilmente ironico e umoristico è l'io narrante -, mentre in altre emerge un ideale romantico dell'esistenza.
Non mancano momenti esilaranti da “gioventù di Campo de' Fiori”, ma sullo sfondo si delinea con potenza e singolarità una certa periferia romana che, di fatto sconosciuta e oggetto di manierismi post pasoliniani, mai è stata trattata nella sua specificità in tempi recenti, preferendo appunto il “comodo” rifugio del romano del nordest per eccellenza, ovvero Pier Paolo Pasolini, il “prezzemolo di Roma”, citato a (s)proposito dal mondo culturale in una variegata gamma di situazioni.
Luigi sperimenta sulla propria pelle le contraddizioni del movimento universitario, ma il mettersi alla prova lo orienta verso nuove domande e diversi sentieri da percorrere, nonostante sia invitato da Giusy e Verena a continuare ad essere un punto di riferimento all'interno dell'occupazione.
Il pendolarismo e la questione rom diventano un particolare metronomo della narrazione, e ci trasmettono il gusto vero e forte anche attraverso il non detto.
Gli accadimenti si susseguono altalenanti in un contesto di cambiamenti individuali e sociali.
Ma c'è un avvenimento più grande che incombe sulle esistenze dei protagonisti e sconvolgerà le loro vite, determinando conseguenze per tutti e segnando sorprendenti tappe del destino.
Le cose non sono sempre come sembrano e le persone che ci sono accanto possono rivelare aspetti reconditi e sconosciuti. Chi sono gli amici di Luigi?

Personaggi, situazioni e dialoghi offrono un orizzonte originale eppure pregnante, forse perché sostanzialmente la periferia italiana è vista più dall'occhio dell'intellettuale che non vi è immerso che da quello di chi la conosce davvero. Il Nordest di Roma assurge a simbolo di un nordest che non è solo un contesto geografico metropolitano, italiano o internazionale, ma un luogo dell'anima ben definito, con il suo essere “bastardo”, ovvero frutto di un'alchimia tra la grande città e il confine dei piccoli centri adiacenti, che spesso si fondono. Come in una sorta di parallelismo, ciò accade anche tra grandi aree geografiche: il movimento orario, “verso est” (e non antiorario) crea l'osmosi continua dell'esistente. Questa identità ibrida genera dei nuovi paradigmi sociali e antropologici, mai affrontati in forma di narrazione.
E anche Pier Paolo Pasolini chi è se non un figlio del nordest?
I protagonisti percorrono un cammino di iniziazione, lungo questa costellazione umana.
Le metafore o allegorie del fuoco e degli elementi, spesso alternate a denominazioni geometriche, tracciano il libro e si fanno polarizzatrici di curiose convergenze, che sconfinano con la cultura pop. E come capita spesso il locale spiega il globale più di ogni altra cosa.

 

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Via Margutta: dal 10 dicembre al via alla mostra dei 100 pittori

Via Margutta: dal 10 dicembre al via alla mostra dei 100 pittoriCentouno volte 100: a via Margutta, dal 10 al 13 dicembre, tornano in mostra i pittori più famosi della capitale. Si rinnova dunque, per la Centounesima volta, il tradizionale appuntamento con gli appassionati d’arte e gli artisti della storica associazione “Cento pittori”. L’esposizione, a ingresso gratuito, sarà aperta dalle 9 alle 21 nella celebre via dedicata all’arte dove verranno esposte oltre 3mila opere tra dipinti a olio, disegni e sculture: “Sarà per noi un momento importante” ha detto il presidente dell’associazione e curatore della kermesse, Alberto Vespaziani: “anche per festeggiare insieme il Natale che si vivono spesso all’insegna del consumismo, dimenticando che esistono situazioni di disagio e difficoltà nelle quali vivono in molti. L’anno che sta per concludersi” ha aggiunto: “ha messo in evidenza episodi di violenza che hanno distrutto progetti di pace faticosamente conquistati. Noi invece vogliamo dare un segnale di fraterna convivenza”.

La storia La mostra, sotto il nome di “ Fiera d’arte “ nasce   nel 1953, per iniziativa spontanea di alcuni pittori che nell’immediato dopoguerra si riunirono e decisero di dar vita e colore a una strada che da sempre era stata il rifugio naturale di pittori, scultori, poeti, musicisti ed artigiani.

Info: Alberto Vespasiani, 335 6251997

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Crave di Sarah Kane Il regista Pierpaolo Sepe porta in scena la brama d’amore, la parte oscura del desiderio, quale tappa finale di uno studio sulla drammaturga britannica

Crave di Sarah Kane Il regista Pierpaolo Sepe porta in scena la brama d’amore, la parte oscura del desiderio, quale tappa finale di uno studio sulla drammaturga britannicaLa stagione teatrale 2015/2016 del Teatro Nuovo di Napoli ospiterà, giovedì 10 dicembre 2015 alle ore 21.00 (repliche fino a domenica 13), eccezionalmente negli spazi della Sala Assoli di Napoli, lo spettacolo Crave di Sarah Kane, tappa finale di uno studio che il regista Pierpaolo Sepe conduce da alcuni anni sulla drammaturgia dell’autrice britannica, e su quest’opera in particolare.

Presentato da Casa del Contemporaneo, l’allestimento vede protagonisti in scena Gabriele Colferai, Dacia D’Acunto, Gabriele Guerra, Morena Rastelli, e si avvale delle scene a cura di Francesco Ghisu, i costumi di Annapaola Brancia d’Apricena, le luci di Cesare Accetta, i movimenti di scena di Chiara Orefice.

Inizialmente accusata di essere volutamente provocatoria, per i temi trattati, la Kane (che nella sua breve vita ha scritto cinque testi teatrali), in realtà, ha indagato a fondo gli abissi del dolore e del desiderio, della speranza e della disperazione, e Crave ne è la prova.

I quattro protagonisti, attraverso il dialogo, il monologo, singole frasi, dialoghi spezzati invocazioni e frammenti di storie, disegnano, in forma libera e musicale, un intreccio di motivi che svela i contorni del mosaico di una vita.

Due le storie in evidenza, quella di A (author, abusator, actor), uomo anziano, coinvolto in una storia malata, morbosa e violenta con C (child), appena adolescente, che non sopporta di amare quell'uomo nonostante le sue violenze, e quella di M (mother), una donna sulla via della vecchiaia di cui ha un gran timore, che vuole un figlio a tutti i costi per non restare sola da vecchia, ma lo vuole senza amore da B (boy), poco più che un ragazzo, che la rifiuta in modo umiliante, poiché vorrebbe amore, ma non è corrisposto.

“Qualsiasi modalità si scelga - si legge nelle note di regia - per mettere in scena un testo di Sarah Kane, lo si tradirà. Il motivo è insito nella scrittura stessa diCrave, in italiano tradotto come Febbre, che racchiude, nel suo titolo originale, il violento e inappagato desiderio dell’autrice per la vita, la bellezza e la verità. Un bisogno tanto irraggiungibile da portarne alla prematura scomparsa per sua stessa mano: una non scelta, l’incapacità assoluta di sopravvivere al mondo, propria delle anime fragili”.

Dalla scrittura della Kane nasce, dunque, un testo di parole incatenate, rapido susseguirsi di concetti spezzati e concitati, emozioni esplorate con inquietudine e desolazione, ma ricco, anche, di passaggi surreali e umoristici che caratterizzano e donano vigore agli scambi dialettici tra le quattro voci.

Lo spettacolo proseguirà la sua programmazione, poi, dal 15 al 20 dicembre, nell’ambito del 30ennale di Sala Assoli. 

Crave di Sarah Kane

Napoli, Sala Assoli - da giovedì 10 a domenica 13 dicembre 2015

Inizio delle rappresentazioni ore 21.00 (feriali), ore 18.30 (domenica)

Info e prenotazioni al numero 0814976267 email  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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A L’Asino che Vola la consegna delle Targhe Controcorrente Il riconoscimento assegnato ad album ed EP autoprodotti

A L’Asino che Vola la consegna delle Targhe Controcorrente Il riconoscimento assegnato ad album ed EP autoprodotti​Ci sarà anche Alessandro Haber tra gli ospiti della serata di gala per la consegna delle Targhe Controcorrente, il riconoscimento che va agli album o agli EP realizzati in regime di “autoproduzione”, che si terrà a L’Asino che Vola - il live club Capitolino più attivo nella promozione di musica originale – lunedì 7 dicembre.

Tra gli ospiti, oltre ad Haber che proporra alcuni brani di “Haber bacia tutti”, con la produzione di Francesco Arpino e testi di Alessio Bonomo, anche questi presenti nella serata, ci saranno anche Daniele Sinigallia (Fabi, Marina Rei, Flaminio Mafia, Riccardo Sinigallia, Roberto Angelini, Marlene Kunz) e Dante Francani, vincitore della 26^ Edizione di Musicultura (2014).

A ricevere le Targhe saranno in dieci, selezionati da una qualificata giuria presieduta da Giorgio Calabrese, una vera pietra miliare della canzone, autori di molti dei più bei brani della musica italiana di tutti i tempi: da Arrivederci a Domani è un altro giorno, da Il nostro concerto a E se domani.

I premiati saliranno tutti sul palco de “L’Asino” per eseguire due dei brani dell’album “targato”. Si tratta di:

Alessio Creatura con l’album Non ho più pace;

Amelie con l’album Il profumo di un’era

Davide Battisti con l’album Otto di mattina

Giordi con l’album Il soffio

Lorenzo Delli Priscoli con l’album Direzione Anagnina

Luca Bussoletti con l’album Pop Terapy

Viola Polvere con l’album Creta

Giuseppe Palazzo con l’album Il linguaggio dei fiori

Nicola Giuliani con l’EP Trentatrè e altre storie del Gargano

Priscilla Bei con l’EP Una storia vera

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Don Delillo, padre della letteratura postmoderna.

Don Delillo, padre della letteratura postmoderna.Alto, biondo, prestante, manager di una famosa rete televisiva: alla soglia dei trent’anni David Bell può dirsi un uomo affermato. New York è una città tentacolare e seducente nonostante gli echi della guerra in Vietnam. Le feste a Manhattan, gli amici, il sesso – meglio se con la ex moglie – e quella frenetica atmosfera di conquista lo fanno però sprofondare in un vuoto insopportabile. All’apice del successo David decide allora di mollare tutto e con un vecchio camper e tre amici stravaganti parte per un viaggio nel cuore dell’America “una specie di racconto in prima persona, ma senza che io sia fisicamente presente, se non di sfuggita. Sarà in parte sogno, in parte narrazione. Un tentativo di esplorare certi aspetti della mia coscienza”. Pubblicato nel 1970 ( in Italia solo nel 2000) Americana è il romanzo di esordio di Don Delillo - scrittore nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana, padre della letteratura postmoderna nonché ispiratore e maestro di diverse nuove leve della narrativa Usa. Americana non sarà forse all’altezza di Underworld o del Rumore bianco - i capolavori di Delillo arriveranno qualche anno più tardi - e forse neppure del più noto roadbook  Sulla strada  di Jack Kerouac, al quale lo scrittore italo-americano sembra essersi ispirato, ciò nonostante l’opera va annoverata tra i migliori romanzi americani dell’ultimo scorcio del ‘900 se non altro per la qualità della scrittura e per il vigore con il quale l’autore è riuscito a riprodurre lo stile, le ossessioni e il linguaggio di una certa antropologia newyorkese. Dal ritmo sostenuto e ricco di personaggi simili che talvolta si confondono in una prolissità  eccessiva “un romanzo lungo e incasinato” a dirlo è lo stesso protagonista, Americana  - specie nella prima parte - offre un interessante spaccato degli ambienti crudi e trasgressivi dello show business televisivo, e contrappone l’edonismo cinico della borghesia metropolitana alla sofferenza dimenticata, quasi occultata dai media, dei militari in Vietnam. La fuga verso l’America meno sofisticata delle piccole città e della provincia diventa allora per il giovane David una sorta di catarsi necessaria per ritrovare se stesso e i valori della vita vera, il tentativo disperato e commovente di scrivere la storia di un’altra umanità. 

(Angelo Cennamo)

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La leggendaria vita di John Fante.

La leggendaria vita di John FanteChe vita leggendaria quella di John Fante! Un romanzo parallelo a tutti quelli che ha scritto. Forse il più bello. Una vita difficile fatta di stenti e di mete rincorse con mille sacrifici, tra sogni, delusioni e tanti compromessi. Ma il tempo è galantuomo. Prendete ad esempio La strada per Los Angeles, il suo primo romanzo: Fante lo scrisse nel 1936 ma il libro venne pubblicato solo nel 1985, due anni dopo la morte dell’autore. Più o meno la stessa sorte che toccò a Chiedi alla polvere, da molti considerato il  capolavoro di Fante. Pubblicato nel 1939,  Ask to dust venne consacrato come bestseller ben quarant’anni dopo  grazie ad una fortunosa ristampa pretesa da Charles Bukowsky, che di quel libro scrisse anche una toccante prefazione. Racconta Bukowsky che nel personaggio di Arturo Bandini – alter ego di Fante - rivide se stesso, e nella trama del romanzo la sua gioventù sbandata, vissuta alla ricerca affannosa di fama e di denaro.

La saga di Arturo Bandini  ha inizio proprio con La strada per Los Angeles, il libro che Fante non vide mai pubblicato. Bandini è un ragazzo ribelle, megalomane, litigioso, mezzo matto, e anche goffo quando si vanta in pubblico del suo sapere. Per sbarcare il lunario e mantenere una famiglia di “femmine e parassite” si cimenta senza fortuna e con poca voglia in mille mestieri. Li molla tutti. Fino a quando lo zio Frank - quel minus habens, lo scemus americanus - lo costringe a lavorare al porto, in un conservificio. Lui, l’uomo colto, l’instancabile lettore di Nietzsche, Kant e Schopenhauer, lo scrittore! Come può abbassarsi a tanto Arturo Gabriel  Bandini? “Sono qui non per il vil denaro” – dirà il protagonista allo strano tipo che lo ha assunto controvoglia  – “ma per fare un reportage sull’industria ittica americana”. Quanto resisterà il “grande scrittore Bandini” in quel posto puzzolente e degradante? “Con la valigia in mano, scesi allo scalo ferroviario: mancavano 10 minuti al treno di mezzanotte per Los Angeles. Mi sedetti e incominciai a pensare al nuovo romanzo”. Comico, graffiante, emozionante e molto di più.

(Angelo Cennamo) 

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La letteratura postmoderna di David Foster Wallace

La letteratura postmoderna di David Foster WallaceSono solo tre i romanzi che David Foster Wallace ci ha lasciato prima di congedarsi dalla vita nel 2008: La scopa del sistema, la coraggiosa rielaborazione della sua tesi di laurea in filosofia; Infinite Jest, il capolavoro, l’opera fluviale di oltre 1.200 pagine che lo ha consacrato come uno dei maggiori talenti della letteratura americana e mondiale della sua generazione o, se preferite,  “il principe della letteratura contemporanea americana” secondo la definizione di Details; Il re pallido il romanzo sulla noia al quale Wallace stava lavorando prima di morire, pubblicato postumo dal suo editor. Qualche anno prima, nel 2004, esce Oblio, una raccolta di otto romanzi brevi con i quali Wallace dimostra di avere una straordinaria ecletticità anche di stile.

Recensire un libro di Wallace è a dir poco complicato: si rischia cioè di non rendere bene il senso – talvolta perfino di non capire il vero significato – di quello che c’è scritto. Quella di Wallace è infatti una letteratura postmoderna e argomentativa che ha pochi precedenti, un “realismo isterico” indefinibile che scompagina ogni ricostruzione filologica. Quello che si può dire è che Wallace sa cogliere in profondità il marcio della società americana e sa raccontare il  malessere e la noia dei suoi protagonisti, quasi sempre segnati da traumi infantili. Il suo modo di scrivere è vertiginoso, schizofrenico, una sequela di virtuosismi che spaziano in una complessità non sempre alla portata del lettore. La narrazione frammentaria – tipica dello stile postmoderno - annulla la sequenza temporale; attraverso fitte descrizioni di immagini legate e slegate tra loro, Wallace conduce il lettore in un eterno presente dove non si distingue l’inizio dalla fine. Talvolta il finale viene astutamente anticipato nel corso della trama e chi legge deve saperlo cogliere tra le righe.

In Oblio ci colpisce l’originalità dei temi trattati e l’imprevedibilità delle storie. Solo un genio bizzarro come Wallace poteva, ad esempio, dedicare un romanzo ad una merendina da testare sul mercato Mister Squishy. O ad un marito che si sottopone a dei test clinici per scoprire se la moglie, quando lui russa, non può sentirlo russare perché sta dormendo Oblio. Il protagonista de Il canale del dolore è invece, pensate un po’, uno scultore di cacche umane. Sua moglie la donna mostruosamente obesa più sexy che Atwater abbia mai visto arriva a tradirlo goffamente tra i sedili di un’auto col giornalista che realizza lo scoop. Ma è in Caro vecchio neon che Wallace si supera con un superbo gesto narrativo che lascia di stucco il lettore. La trama e l’esposizione del romanzo mettono i brividi per la suggestiva sovrapposizione della fiction al tragico destino che attende l’autore della storia. Wallace, infatti, decide di comparire nel racconto come protagonista della trama, e l’io narrante, un uomo morto suicida, rivolgendosi al suo interlocutore gli dice: tu sai cosa c’è oltre la morte.  

(Angelo Cennamo)

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Jeffrey Eugenides, la trama del matrimonio

Recensione LA TRAMA DEL MATRIMONIONegli ultimi giorni di giugno del 2006, per le stradine di Capri si aggiravano tre giovani scrittori americani, ospiti di un noto festival letterario. Di quella indimenticata presenza sull’isola circola in rete una foto destinata a rimanere nella storia. I tre, apparentemente frastornati dal jet lag, sono posizionati l’uno di fianco all’altro, in tenuta casual, appoggiati alla ringhiera della piazzetta, confusi in mezzo agli altri turisti inconsapevoli. Jeffrey Eugenides, Jontahan Franzen e David Foster Wallace, quell’estate del 2006, erano a 40 minuti di aliscafo da casa mia e io neppure lo sapevo. Franzen, allora, aveva già pubblicato il suo capolavoro “Le correzioni” e si apprestava a scrivere il quarto romanzo “Libertà”. Eugenides era reduce dal grande successo di “Middlesex”, che nel 2003 gli era valso il premio Pulitzer per la narrativa. David Foster Wallace, dopo la fatica di “Infinity gest” – romanzo impressionante anche per numero di pagine: circa 1.300 – di lì a poco sarebbe ripiombato nel tunnel della depressione e morto suicida a soli 46 anni.

Non sappiamo quanto quella trasferta napoletana abbia ispirato Jeffrey Eugenides nella composizione de “La trama del matrimonio”, il romanzo pubblicato nel 2011 e arrivato finalista lo stesso anno al National Book Critics Circle Award. E’ facile supporre però che proprio quella vacanza trascorsa in sua compagnia abbia fatto venire all’autore l’idea di ricalcare la figura di uno dei protagonisti della storia “Leonard Bankhead” su quella dello sfortunato amico David. “La trama del matrimonio” è il nome del seminario che la studentessa di lettere, Madeleine Hanna, ha deciso di frequentare prima di dedicarsi alla tesi di laurea. Madeleine si è iscritta alla facoltà di Lettere per la più banale delle ragioni: perché ama leggere. I suoi autori preferiti sono: Jane Austen, George Eliot e Henry James. Le letture di Madeleine e dei suoi compagni di corso sono una parte essenziale del romanzo, una presenza quasi ingombrante, ossessiva. Al punto che a Eugenides verrebbe la voglia di dire: d’accordo, Jeffrey, sei un vero intellettuale, hai una biblioteca fornitissima. Ora però lasciaci leggere il tuo libro in santa pace. La trama del romanzo è il più classico dei triangoli: Mitchell  - giovane e goffo laureando in storia delle religioni - si innamora di Madeleine, la quale però si invaghisce del più affascinante Leonard, lo studente con la bandana che lotta di nascosto contro la depressione. Mitchell non si arrende, ma la grande occasione che gli capita per invertire il corso degli eventi la sciupa, forse per un eccesso di timidezza. Passano gli anni, Madeleine dovrà fare i conti con le turbe psichiche di Leonard e con i suoi continui ricoveri in ospedale. Ma lo ama e decide di sposarlo, anche contro il volere della famiglia. Mitchell nel frattempo è in giro per il mondo alla ricerca di una nuova dimensione spirituale. Il pensiero di Madeleine continua a tormentarlo. Non sa del matrimonio. Un giorno, per una strana coincidenza, i tre si ritroveranno. Con conseguenze imprevedibili. “Non esiste la felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese” diceva Trollope. “La trama del matrimonio” è un romanzo coinvolgente, di difficile lettura ma scritto con eleganza e competenza. Mancano il trasporto e le suggestioni di “Middelsex”, il libro che lo ha preceduto, ma scrivere due capolavori di fila è arduo anche per un fuoriclasse come Eugenides.

(Angelo Cennamo) 

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Teatro Nuovo di Napoli Napucalisse di e con Mimmo Borrelli. Mercoledì 11 novembre 2015,

Napucalisse di e con Mimmo BorrelliPrenderà il via mercoledì 11 novembre 2015, alle ore 21.00, la stagione teatrale 2015/2016 del Teatro Nuovo di Napoli, ospitando lo spettacolo Napucalisse, oratorio in lettura di e con Mimmo Borrelli, sul palcoscenico partenopeo fino a domenica 15 novembre, in collaborazione con 30ennale Sala Assoli.

Musicato da Borrelli in collaborazione con il polistrumentista Antonello Della Ragione, che esegue le musiche dal vivo, Napucalisse racconta di un vecchio Pulcinella che incontra un Vesuvio ridestatosi dal sonno, e un Camorrista della peggior specie.

L’autore-attore, in scena, interpreta ed espone la storia dell’amato e odiato Vesuvio, creatore di vita ed esecutore di giustizia, quella spietata che Dio stesso non può concepire poiché, inevitabilmente, coinvolge anche gli innocenti. Il Vesuvio è “doppio” e, secondo un’antica leggenda locale, la sua “terrificazione” è Lucifero, l’angelo cacciato da Dio e sprofondato sulla terra.

“Il Vesuvio - così in una nota di Mimmo Borrelli - è un vulcano dormiente, che sogna nel pericolo costante, ma destinato periodicamente svegliarsi. Dorme e veglia, prepara la veglia, prepara le casse di un funerale già programmato in tutti particolari, ma con l’ipocrisia della fertilità, della bellezza apparente della superficie dei paesaggi dell’abbondanza. Il Vesuvio è il doppio, come in teatro la sua visione è moltiplicata dai vettori sensoriali di chi lo interpreta e da chi lo ascolta. Il Vesuvio quando dorme accumula, accumula collera, violenza, indignazione, esplosione di morte che rinasce nella fertilità della terra e della vita. Il Vesuvio è il vulcano di Napoli. Il Vesuvio è Napoli”.

Destato da un vecchio saggio, ironico ed estroverso, simile a un Pulcinella senza maschera, il Vesuvio/Lucifero è Napoli stessa, terra nata dal fuoco e dal diavolo. Solo dinanzi all’innocenza, il vulcano, momentaneamente, si placa, allietato dal vecchio artista di strada con “un’Apocalisse divertente”: il matrimonio di quartiere partenopeo. Ecco poi l’amaro, l’assassino, il killer assoldato dalla camorra, che dell’innocenza ha perso l’amore, spietato manifesto di una Napoli feroce che più non confida in un futuro.

Dinanzi ad una minimale scenografia, Mimmo Borrelli, a petto e piedi nudi, traccia e dà vita ad una sorprendente comunanza tra il vulcano e l’uomo napoletano. Anche quest’ultimo si rivela creatore generoso e partecipe, ma, al tempo stesso, portatore di un’incredibile capacità autolesionista e distruttiva.

Poi, il Vesuvio, massa di suoni nella sua incandescente polimorfia, continua a eruttare, avanzando nel canto e gettando a terra una lava di piaghe e di magnificenze partenopee.

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