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Terremoto, prevenire è meglio che curare... considerazioni di una mente semplice.

Siamo ancora a piangere i morti di un terremoto, una nuova tragedia nazionale, ovviamente in piena emergenza, c'è la protezione civile che, come al solito, sta facendo del proprio meglio e, in conferenza stampa, chiede aiuto agli italiani che attraverso i famosi SMS possono contribuire all'emergenza; mi vengono in mente le risate dell'imprenditore Carmelo Virga, gioiva pensando agli affari per la ricostruzione dopo il sisma dell'Aquila, mi chiedo chi starà gioiendo adesso per la distruzione di Amatrice, Accumoli, Arquata del tronto...
Mi chiedo perchè la protezione civile interviene dopo un terremoto, la protezione civile non dovrebbe appunto proteggere la popolazione?

La locuzione protezione civile indica gli enti, pubblici e/o privati che svolgono attività assimilabili alla difesa civile o comunque finalizzate alla tutela dell'integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente dai danni - o dal pericolo di danni - che persone o cose potrebbero potenzialmente soffrire in determinate situazioni causate da disastri naturali o disastri di altra natura. (fonte wikipedia)

Non sarebbe opportuno invece utilizzare la protezione civile per mappare i fabbricati nelle zone a rischio ed attuare tecniche di protezione antisismica per adeguare ad esempio i numerosi centri storichi italiani?

Prevenzione 
Se all'atto pratico la previsione esatta di un sisma è, allo stadio attuale della ricerca scientifica, ancora lontana, il rimedio più praticabile e saggio contro i danni materiali ed umani dei terremoti è rappresentato dalla protezione attiva, ovvero dall'uso di efficaci tecniche antisismiche di costruzione di edifici proprie dell'ingegneria sismica come ad esempio l'isolamento sismico: queste tecniche allo stadio attuale sono in grado di minimizzare i danni anche di terremoti estremamente potenti e sono diffusamente utilizzate in alcune delle aree più sismiche al mondo come il Giappone. Per individuare zone a significativo pericolo sismico e a conseguente rischio sismico si fa usualmente ricorso a studi di sismologia storica, paleosismologia e a tecniche di microzonazione sismica fornendo relative mappe di rischio, mentre per valutare gli effetti di un sisma si può ricorrere a tecniche di simulazione.

E non parliamo dei costi, oggi per i primi soccorsi nelle zone colpite dal sisma del 24 agosto sono impiegate oltre 800 persone, oltre ai mezzi, e si tratta solo del primo giorno, poi ci saranno i costi della ricostruzione e questa è un'altra storia...

I costi della ricostruzione
3,2 miliardi
Sono i soldi utilizzati finora per la ricostruzione dell’Aquila e delle frazioni. Quasi 3 miliardi sono stati spesi per gestire l’emergenza immediata del terremoto – medicine, tende, acqua, cibo, coperte. Per i prossimi 3 anni (2013, 2014 e 2015) sono già stati stanziati 2,3 miliardi. Di questa cifra, circa 660 milioni sono stati stanziati per la ricostruzione dell’Aquila e della sua periferia nel 2013.
7 miliardi
È la stima fatta dal sindaco dell’Aquila Massimo Cialente del denaro ancora necessario per completare la ricostruzione. 6,1 miliardi sono quelli necessari per la sola città dell’Aquila. Sempre secondo il sindaco, l’Aquila avrà bisogno di circa un miliardo di euro l’anno. Secondo una relazione del ministero per la Coesione territoriale, invece, i soldi necessari sono almeno 10 miliardi. Si tratta di cifre aggiuntive rispetto a quelle già stanziate in passato e a quelle stanziate per i prossimi anni. In tutto, per ricostruire la città, dovrebbero essere necessari tra i 14 e i 20 miliardi. (fonte: il post)

Ma non è il momento per le polemiche, oggi si contano e piangono i morti...

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Ricordare Pier Paolo Pasolini

Ricordare Pier Paolo PasoliniLa notte tra l’uno e il due novembre del 1975, all’idroscalo di Ostia, veniva ucciso, in circostanze tuttora poco chiare, Pier Paolo Pasolini. Di quel giorno conservo un vago ricordo  fatto di immagini frammentate, in bianco e nero. Le prime che i telegiornali della rai, gli unici del tempo, mandarono in onda non appena si diffuse la notizia. Il fango, le pozzanghere, le baracche di quel luogo così povero e desolato rendevano bene l’idea dello squallore e della tragicità dell’evento annunciato. Ma anche il contesto dove Pasolini aveva ambientato tutta la sua parabola di uomo e di narratore: la periferia. Avevo 7 anni e di quell’uomo dal volto scavato e dai grossi occhiali scuri, ucciso così barbaramente, non ne sapevo nulla. Sicché scoprii la sua esistenza – l’esistenza del poeta Pasolini – proprio mentre il telegiornale dava l’annuncio della sua morte.

A distanza di 40 anni da quella tragica notte, l’Italia piegata dal malaffare e dalla corruzione, l’Italia precipitata nel peggiore degrado culturale e politico che abbia mai conosciuto, riesce sorprendentemente a trovare un guizzo, un sussulto di dignità e di orgoglio per ricordare la sua figura ( e non quella di Calvino, del quale pure ricorre il trentennale dalla morte) e per riaffermare il senso e il valore della sua opera a beneficio delle nuove generazioni. Rileggevo le prime pagine di “Ragazzi di vita”, uscito in questi giorni in allegato con il Corriere della sera, e riflettevo su quanto la vicende personali di Pasolini: l’omosessualità, i vizi e i processi collegati in parte anche a quel vissuto così scandaloso e trasgressivo, abbiano finito per sovrastare la bellezza e l’unicità della sua produzione letteraria e cinematografica, relegandola ad una ingenerosa collocazione di nicchia. Non mi sorprende che sia potuto accadere in un Paese bigotto, ipocrita e provinciale come il nostro. Dove perfino la cultura diventa motivo di scontro politico o, se preferite, tifo da stadio, tra destra e sinistra. Figurarsi poi negli anni settanta. Ma perché dopo tutto questo tempo dovremmo ricordare Pier Paolo Pasolini? E qual è il valore dell’eredità che ci ha lasciato? Una risposta a questa domanda possiamo trovarla negli “Scritti corsari”, la raccolta degli editoriali che lo scrittore eretico pubblicò proprio sul Corriere di Piero Ottone. A cominciare dal più noto “Io so”. E’ l’eterna attualità delle sue opere la ragione per la quale ci piace ricordare Pasolini. L’immutata freschezza delle analisi sociologiche, oltre la profondità, la poesia e la modernità dei suoi romanzi e dei suoi film. Oggi, a distanza di quarant’anni dalla morte, Pasolini ci manca moltissimo. Ci manca la ferocia e il coraggio delle sue invettive. Ci manca l’anticonformismo con il quale combatteva l’omologazione e l’appiattimento della cultura di massa. La stessa che per quarant’anni lo ha collocato ed archiviato nel reparto imperioso degli intellettuali di sinistra. Lui che negli scontri di Valle Giulia difese i poliziotti figli di contadini contro gli studenti “proletari” figli di papà. E che storceva il naso di fronte a capelloni e cantanti beat.

Non ha fatto in tempo, Pasolini, a completare la sua mutazione genetica da integralista di sinistra ad eretico reazionario, nel solco di un’altra grande scrittrice e giornalista del suo tempo: Oriana Fallaci. Resta però il ricordo e la traccia indelebile di un’artista intorno al quale questo Paese così sgangherato, alla disperata ricerca di simboli e di modelli positivi, fa bene a stringersi per ritrovare un’identità forte, consapevole,  e per salvarsi da un imbarbarimento che sembra non avere fine.

(Angelo Cennamo)      

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